asinara

Il primo palazzo che vedo all’Asinara è quello dell’ «Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità Pubblica», in un piazzale brullo con molti asini che a mezzogiorno pranzano strappando radici secche da terra. Davanti c’è un vecchio edificio chiamato le «docce» o la «disinfezione» dove, dal «continente» o dalla Sardegna, venivano mandati i malati di tifo o colera, e fatti lavare prima di entrare in quarantena all’«Alto Commissariato».
E’ questo l’approdo visivo all’Asinara. Ci sono arrivato con mia moglie Lorenza e nostro figlio Sebastiano di undici mesi: rimango stupito perché per la prima volta vedo scritte su un palazzo le parole «Igiene e Sanità Pubblica» oggetto di studio, per tutta la vita, di mio padre, che a pochi chilometri da quel luogo era nato e cresciuto. Sarà questa la mia porta d’ingresso, saranno qui le mie due foto con il sole del mezzogiorno, e dopo, sempre a partire da quel palazzo, entrerò nel buio luminoso dell’Asinara con la luna d’agosto.

La prima notte comincio subito ad andare in giro, mi serve per scacciare i fantasmi dell’ansia di una notte sull’isola, dove gli echi dei molti dolori passati si fanno sentire. Lavoro tanto, voglio mettermi alla prova. Dormo a Cala Reale, e so che all’Asinara, lunga oltre venti chilometri, passano la notte pochissime persone. Comincio da Fornelli, il carcere delle rivolte di fine anni settanta, dal suo portone azzurro metallico che attrae sia me sia la luce della luna. E poi le postazioni di guardia, che in quella prima e brillantissima notte sembrano piccole case incollate su un suolo lunare. Riscopro la luce e la temperatura perfette delle lune d’estate. I miei occhi e il mio corpo reagiscono bene, evito di respirare nei venti secondi o più in cui stringo tra le mani la mia macchina. Mi piace quel leggero mosso, e provo subito un immenso piacere a cominciare questa nuova serie di immagini.

Le notti seguenti giro l’isola per riscoprire, alla luce della luna, luoghi visti con il sole. Torri, altri carceri, strade, golfi, spiagge, cisterne e il cimitero italiano, e poi piccoli villaggi e molta natura. Cerco asini e cavalli selvaggi, passo ore con loro su un altopiano ma capisco che non c’entrano in questa storia per la quale sto aspettando l’ultima notte, quella della «gita al faro».
E quella notte arriva, si parte su una strada che presto diventa solo pietre e dirupi. Ci lasciamo alle spalle il campo di calcio e il bunker. Ogni tanto scendo dalla jeep perché sento il bisogno di camminare su quella terra e respirare quell’aria: la strada è divisa a metà da una piccola siepe di elicriso. Dopo una curva si scopre Cala Arena e la sua duna di sabbia maculata di ginepro; altre curve e un rettilineo, ecco il faro in lontananza, per fortuna, spento. Cominciano ad arrivare le nuvole e con loro un po’ di ansia. Qui l’isola è ancora più isola, e i dolori non sono i ricordi del carcere o del lazzaretto, ma quelli di solitudini profondissime. Le nuvole si addensano, un po’ di pioggia, e la luce cambia ogni minuto (1). Lasciamo la macchina e continuiamo a piedi; mare di fuori e mare di dentro sui due lati e poi un piccolo villaggio con la casa del lanternista a picco sul mare. Si sale al faro. È una notte piena e lenta che ricorderò per sempre, ma dobbiamo tornare, rimangono due ore di luce lunare e voglio ancora fotografare il campo di calcio e il bunker di Cala d’Oliva (2). Saliamo sulla collina di fronte al faro a vedere «il semaforo» (3). Vento e nuvole, atmosfera e luce che cambiano in continuazione. Dopo un’ora siamo di nuovo a Cala d’Oliva, le nuvole si sono diradate, il vento cala e sotto le ruote della jeep c’e’ di nuovo il cemento: tutto sembra più calmo, mi fermo a guardare il mare a nord dietro la porta del vecchio campo di calcio e poi scendo a piedi al bunker, ultima immagine di questa notte piena. Mezzora dopo sono a casa, l’alba sta per arrivare, Lorenza e Sebastiano dormono.

Ho scelto di lavorare sull’Asinara per via della sua storia e della sua geografia. Da bambino l’isola mi veniva narrata come una specie di inferno, e da ragazzo mi colpivano i racconti di un amico di famiglia, avvocato, che difendeva Renato Curcio e Raffaele Cutolo e andava a incontrarli sull’isola. Più tardi, a partire dal 1997, lavorando a Rebibbia per i ritratti di «Cattività», avevo incontrato una serie di detenuti che erano stati all’Asinara, e dalle loro voci avevo ascoltato la storia delle rivolte di Fornelli. Non sono andato in Sardegna per molti anni e per il mio «ritorno» fotografico ho scelto un’isola che non conoscevo, così piena di ricordi dolorosi a contrasto con il grandissimo senso di bellezza e libertà che ora si prova.


The first building that I see on Asinara is the High Commission for Public Health and Hygiene, in a barren square that at midday is full of donkeys tearing dry roots from the earth for their lunch. Opposite, there’s an old building called the “Showers” or the “Disinfection”, where typhus or cholera sufferers from the “continent” or Sardinia were sent and made to wash before entering quarantine at the High Commission.
This is the visual landing on Asinara. I arrived with my wife Lorenza and our 11-month-old son Sebastiano, and was amazed because for the first time I saw a building emblazoned with the words “Public Health and Hygiene”, which was the lifelong topic of study of my father, who was born and grew up just a few kilometres from here. This will be my entrance gate, my two photos with the midday sun will be taken here and later, again starting from this building, I’ll enter the luminous darkness of Asinara beneath the August moon.

The first night I immediately start to wander around. I need to do it to banish the ghosts of the anxiety of a night on the island, where the echoes of many past sorrows make themselves heard. I work hard; I want to put myself to the test. I sleep at Cala Reale, and I know that very few people spend the night on Asinara, which is over 20 kilometres long. I start from Fornelli, the prison of the riots in the late 1970s, and its blue metal gate that attracts both me and the moonlight. And then the guard stations, which on that first dazzling night look like little houses pasted onto a lunar terrain. I rediscover the perfect light and temperature of the summer moon. My eyes and my body react well, I avoid breathing for the 20 seconds or more that I hold my camera steady. I like that slight blur and I immediately feel enormous pleasure at starting this new series of pictures.

The following nights I wander around the island to rediscover the places seen in the sun by the light of the moon. Towers, other prisons, roads, gulfs, beaches, cisterns, and the Italian cemetery, and then little villages, and lots of nature. I look for wild horses and donkeys, I spend hours with them on a plateau, but I realize they have nothing to do with this story for which I’m awaiting the last night, the one of the “trip to the lighthouse”.
And that night comes, we set out along a road that soon becomes just rocks and precipices. We leave the football field and the bunker behind us. Every now and then I get out of the jeep because I feel the need to walk on that ground and breathe that air. The road is divided down the middle by a little hedge of curry plants. We round a bend and Cala Arena appears with its sand dune speckled with juniper; a few more curves and a straight stretch and fortunately there’s the lighthouse in the distance, unlit. The clouds start to arrive, accompanied by a little anxiety. The island is even more island here, and the sorrows are not the memories of the prison or the quarantine station, but of deep solitude. The clouds thicken, it rains a little, and the light changes every minute (1). We leave the car and continue on foot, the sea separating the island from the Sardinian coast on one side and the open sea on the other, and then a little village with the lighthouse keeper’s house high above the sea. We climb up to the lighthouse. It’s a full, slow night that I’ll remember forever, but we have to return: there are two hours of moonlight left and I still want to photograph the football field and the bunker at Cala d’Oliva (2). We climb the hill opposite the lighthouse to see “the signal station” (3). The wind and clouds, atmosphere and light change constantly. An hour later we’re back at Cala d’Oliva, the clouds have dispersed, the wind has dropped, and there’s concrete beneath the wheels of the jeep again. Everything seems calmer. I stop to look at the sea to the north behind the goal posts of the old football field and then I walk down to the bunker, the last image of this full night. Half an hour after that I’m at home, dawn is about to break, and Lorenza and Sebastiano are asleep.

PS I chose to work on Asinara because of its history and geography. When I was a child, the island was described to me as a sort of hell, and as a boy I was struck by the stories of a family friend, a lawyer who defended Renato Curcio and Raffaele Cutolo and went to meet them on the island. Later, commencing in 1997, when I was working at Rebibbia for the portraits of my “Captivity” series, I met a series of prisoners who had been on Asinara, and heard the story of the Fornelli riots from their mouths. I hadn’t been to Sardinia for many years, and for my photographic “return I chose an island that I didn’t know, so full of painful memories that contrast with the enormous sense of beauty and freedom perceived there now.

Scroll to top

Discover more from Marco Delogu

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading