francesco zanot, noir et blanc

Nel lavoro di Marco Delogu è fondamentale il rapporto con il tempo. Si può declinare in tre differenti modalità. C’è il tempo della storia, vale a dire il legame con il passato della propria città: Roma. Grava sulle sue spalle senza mai occupare il centro della ricerca, ma costituisce un’inevitabile costante, una zavorra oppure un rassicurante punto di riferimento. Poi c’è il tempo che agisce sui suoi soggetti. La loro età, pressappoco. Perché i protagonisti delle fotografie di Delogu sono travolti dallo scorrere degli anni, che si può leggere precisamente sulle loro figure, senza scampo. Sono fotografie fatali. Dirette. Infine c’è il tempo privato. Gran parte di coloro che vengono immortalati hanno incrociato in qualche modo la vita dell’autore o quella della sua famiglia, personalmente oppure attraverso la categoria cui appartengono. Delogu impiega la pratica fotografica per ricostruire la propria autobiografia. [..] I (suoi) ritratti sono spesso ripresi all’interno di circoscritti gruppi di persone, contribuendo nell’insieme alla composizione di approfonditi affreschi collettivi di comunità con qualità e codici in comune.
Francesco Zanot in Noir Blanc


Time is a fundamental element in Marco Delogu’s work. It can be considered from three different perspectives. There’s time in history, in other words the bond with the past of his city: Rome. It looms above him without ever becoming the target of his quest, yet remains an unavoidable constant feature, a ballast or, at times, a reassuring milestone. Then there is the time that affects his subjects. Their age, essentially. Because the main actors of Delogu’s photographs are scarred by the passing of the years, the relentless markers of time etched on their bodies. They are fatal photographs. Direct. And, finally, there is the private Time. Most of the people portrayed have crossed, in some way or other, the author’s life or that of his family, either personally or through the category they belong to. Delogu uses photography to reconstruct his own photography. […] (his) portraits are often taken among small groups of people, and together from in-depth collective frescoes of communities which share common qualities and codes.

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