palatino, luce attesa

Passare una notte di luna piena in solitudine al Palatino è una delle cose più belle che può succedere a un romano: in poche ore si cancellano dalla memoria molte visioni negative della città, finisce l’inquinamento acustico, e ci si libera anche dall’altro inquinamento, quello del cinismo e della retorica.
L’occhio si abitua alla luce della luna e improvvisamente ti trovi proiettato indietro nel tempo senza automobili, senza sacra romana chiesa, monologhi con i telefonini, turisti al seguito di bandierine (sì, come i cani del vecchio cinodromo che seguivano la lepre di pezza), camion -bar, pubblicità abusive, e generone romano.

In questa personale macchina del tempo ho passato la notte tra l’undici e il dodici giugno 2014, la famosa “luna di miele”, così definita dagli astrofisici per via del suo colore caldo; insomma ho fatto un viaggio di nozze, insolito e solitario, nella mia città: consolidavo il mio grande amore verso di lei iniziando, dal Palatino, a fotografarla senza persone, e le dicevo anche che la mia personale e autoimposta “prigionia” dentro le Mura Aureliane e il grande raccordo anulare era finita. Era per questa libertà acquisita che volevo stare da solo con lei, e amarla illuminata dalla luce che in questo periodo sento più mia: quella della luna.

Non cercavo l’ostentata monumentalità. Volevo terra, strade, cespugli, sassi e alberi che continuano a crescere, spostarsi, e vivere di vita propria. Alle due e mezza, mi sono addormentato sdraiato sull’erba (potersi addormentare in ogni condizione e luogo, è un’eredità di famiglia) e dopo mezz’ora, al mio risveglio, la macchina del tempo continuava a funzionare. Ho voluto decidere io la fine di questo “viaggio”: non ho aspettato l’alba, poco dopo le quattro ho salutato la “luna di miele”.

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Spending a night with a full moon alone on the Palatine is one of the most wonderful things that can happen to a Roman. In the space of a few hours many negative images of the city are erased from your memory and noise pollution disappears, along with that other kind of pollution, caused by cynicism and rhetoric.
Your eye accustoms itself to the moonlight and you suddenly find yourself taken back in time, without cars, the Roman Catholic Church, monologues with mobile phones, tourists following flags (yes, like the dogs at the old racing tracks that chased the stuffed hare), lorries, bars, unauthorized advertising, and the Roman middle class.

I spent the night between 11 and 12 June 2014 – the famous “honeymoon” as it was dubbed by astrophysicists for its warm colour – in this personal time machine, taking my own unusual and solitary honeymoon in my city. I consolidated my great love for her by starting, from the Palatine, to photograph her without people, and I also told her that my personal and self-imposed “imprisonment” inside the Aurelian Walls and the Grande Raccordo Anulare was over. This acquired freedom made me want to be alone with her, and love her illuminated by the light with which I felt most affinity at this time, that of the moon.

I was not seeking ostentatious monumentality. I wanted earth, roads, bushes, stones and trees that continue to grow, move, and live with their own life. At half-past two I fell asleep lying on the grass (the ability to fall asleep in any place and conditions runs in the family) and upon waking half an hour later, the time machine was still working. I wanted to decide the end of this “trip” myself: I didn’t wait for dawn. Shortly after four o’clock I said goodbye to the “honeymoon”.

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